“Resilienza”: dalla fisica alla psicologia, come questo termine è diventato il pilastro della narrativa contemporanea
Se c’è un termine che negli ultimi anni ha letteralmente invaso i nostri discorsi, dai documenti governativi ai post sui social media, è senza dubbio “resilienza”, una parola che sembra essere diventata il mantra della nostra epoca, ma che spesso rischiamo di usare senza conoscerne la vera anima. Per comprenderla davvero dobbiamo compiere un salto indietro nel tempo, arrivando alla sua radice latina: il verbo resilīre, formato dal prefisso re- (indietro) e dal verbo salīre (saltare, balzare). Nel suo significato originale, la resilienza non è una condizione statica, ma un movimento fisico ed energetico: è l’atto di rimbalzare. Immaginate un naufrago travolto dalla furia del mare che, con le ultime forze rimaste, tenta di risalire sulla barca rovesciata dalle onde: ecco, in quel balzo disperato e vitale — sospeso tra l’abisso dell’acqua e la salvezza del legno — risiede l’essenza filologica di questa parola. Si tratta allora di un’etimologia di azione e non di resistenza passiva: essere resilienti non significa restare immobili sotto i colpi del destino incassando il dolore, ma compiere attivamente quel “salto” necessario per tornare in una posizione di sicurezza. Il paragone con il naufrago non è causale, considerato che tale termine nasce in contesto marittimo e per secoli è rimasto confinato in ambiti strettamente tecnici, iniziando nel Seicento come termine della fisica per descrivere il rimbalzo dei corpi o del suono, per poi entrare ufficialmente nel vocabolario della metallurgia nell’Ottocento, dove indicava la capacità di un metallo di assorbire l’energia di un urto senza spezzarsi, deformandosi momentaneamente per poi recuperare la propria struttura. È stato solo negli anni Settanta del Novecento che la psicologia e la sociologia hanno deciso di “umanizzare” questo concetto, per descrivere la capacità umana di attraversare un trauma senza farsi distruggere, uscendone anzi trasformati. Gli studiosi notarono infatti che alcuni bambini, pur crescendo in contesti estremamente difficili, riuscivano a sviluppare vite equilibrate e capirono che la vecchia “resistenza” non bastava a spiegare quel fenomeno: serviva l’analogia del metallo che subisce una pressione estrema, si piega ma non si spezza, ritrovando una forma nuova e spesso migliorata. Da quel momento, il passaggio dai laboratori di fisica alle conversazioni quotidiane è stato rapidissimo, accelerato dalle crisi globali dell’ultimo ventennio, dall’industria del self-help e dall’estetica dei social media che ha trasformato la parola in un hashtag onnipresente. Oggi la resilienza ha superato i confini dell’individuo per abbracciare interi sistemi, parlando di ecologia, informatica e urbanistica, ricordandoci costantemente che la fragilità non è necessariamente una fine, ma può essere l’inizio di una nuova forma di esistenza. In definitiva, la resilienza ci insegna che non siamo chiamati a sopportare l’invincibile in silenzio, ma a esercitare quel salto dinamico che ci riporta a galla, cambiati dall’urto ma profondamente intatti nella nostra essenza. Una ridefinizione in chiave positivista del concetto di debolezza!
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